CESARE PAVESE.
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Poesie del disamore e altre poesie disperse. 1934 1946.
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1973. Giulio Einaudi Editore, TORINO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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E' interessante e piacevole rileggere oggi le Poesie del disamore e altre poesie disperse, ormai lontani nel tempo dalla vicenda umana dello scrittore e dal clamore della cronaca.
Linsieme  decisamente eterogeneo. Il volume apre con le Poesie del disamore, un gruppo di liriche degli anni 1934-1938 e quindi degli stessi anni di quelle di Lavorare stanca, ma nelle quali  costante il riferimento alle relazioni uomo  donna, sempre per il poeta estremamente complesse, sofferte e foriere di delusioni e sconforto.
A questo primo gruppo segue un corpus pi ricco di Altre poesie degli anni 1931-1940, di soggetto e di composizione pi varia e in cui sono ripresi i temi cari a Pavese, presenti anche in alcuni suoi racconti: le colline, lo stupore della natura, il passare degli anni. Si segnalano in particolare due poesie che sembrano discostarsi dal resto. La prima, Canzone,  un appassionato inno damore a Torino, la citt di adozione del poeta, luogo degli studi, degli incontri, del lavoro ma anche delle passioni e della solitudine. Laltra, Il ragazzo che era in me,  una vivissima rievocazione dei giorni felici, spavaldi ma anche dolorosi dellinfanzia nei quali il gioco e la fantasia tentano a forza di farsi realt.
Chiude la raccolta linsieme di liriche di Verr la morte e avr i tuoi occhi, che contiene alcune delle poesie pi note e pi straordinarie di Pavese. 
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L'AUTORE.
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Cesare Pavese (Santo Stefano Belbo, 9 settembre 1908. Torino, 27 agosto 1950)  stato uno scrittore, poeta, traduttore e critico letterario italiano.
 considerato uno dei maggiori intellettuali italiani del Ventesimo secolo ed  senza dubbio uno degli autori pi importanti e sorprendenti della letteratura italiana, un interprete importante del Novecento, attento alla realt popolare e contadina, ma anche aperto alle altre letterature europee. Fu tra i primi a interessarsi alla letteratura statunitense, di cui fu anche traduttore. La sua scrittura sa essere allo stesso tempo coinvolgente per le vicende che racconta e profonda per il suo continuo scavo nellanimo umano.
Nel 1934 prende il posto di Leone Ginzburg, arrestato dalla polizia fascista, alla direzione della rivista La Cultura e inizia a collaborare con la casa editrice Einaudi.
Nel 1935  Viene arrestato per i suoi rapporti con il gruppo antifascista Giustizia e Libert e viene inviato al confino per un anno a Brancaleone Calabro. Nel 1945 si iscrive al Partito Comunista e collabora al giornale LUnit. In questi anni approfondisce la riflessione sul mito e sul folklore. A giugno del 1950 vince il Premio Strega per La Bella estate. In agosto viene ritrovato morto suicida.
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Poesie del disamore e altre poesie disperse.
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Poesie del disamore (1934-1938).
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Il vino triste 2.
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La fatica  sedersi senza farsi notare.
Tutto il resto poi viene da s. Tre sorsate
e ritorna la voglia di pensarci da solo.
Si spalanca uno sfondo di lontani ronzii,
ogni cosa si sperde, e diventa un miracolo
esser nato e guardare il bicchiere. Il lavoro
(l'uomo solo non pu non pensare al lavoro)
ridiventa l'antico destino che  bello soffrire
per poterci pensare. Poi gli occhi si fissano
a mezz'aria, dolenti, come fossero ciechi.
Se quest'uomo si rialza e va a casa a dormire,
pare un cieco che ha perso la strada. Chiunque
pu sbucare da un angolo e pestarlo di colpi.
Pu sbucare una donna e distendersi in strada,
bella e giovane, sotto un altr'uomo, gemendo
come un tempo una donna gemeva con lui.
Ma quest'uomo non vede. Va a casa a dormire
e la vita non  che un ronzio di silenzio.
A spogliarlo, quest'uomo, si trovano membra sfinite
e del pelo brutale, qua e l. Chi direbbe
che in quest'uomo trascorrono tiepide vene
dove un tempo la vita bruciava? Nessuno
crederebbe che un tempo una donna abbia fatto carezze
su quel corpo e baciato quel corpo, che trema,
e bagnato di lacrime, adesso che l'uomo,
giunto a casa a dormire, non riesce, ma geme.
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Creazione.
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Sono vivo e ho sorpreso nell'alba le stelle.
La compagna continua a dormire e non sa.
Dormon tutti, i compagni. La chiara giornata
mi sta innanzi pi netta dei volti sommersi.
Passa un vecchio in distanza, che va a lavorare
o a godere il mattino. Non siamo diversi,
tutti e due respiriamo lo stesso chiarore
e fumiamo tranquilli a ingannare la fame.
Anche il corpo del vecchio dev'essere schietto
e vibrante dovrebbe esser nudo davanti al mattino.
Stamattina la vita ci scorre sull'acqua
e nel sole: c' intorno il fulgore dell'acqua
sempre giovane, i corpi di tutti saranno scoperti.
Ci sar il grande sole e l'asprezza del largo
e la rude stanchezza che abbatte nel sole
e l'immobilit. Ci sar la compagna
un segreto di corpi. Ciascuno dar una sua voce.
Non c' voce che rompe il silenzio dell'acqua
sotto l'alba. E nemmeno qualcosa trasale
sotto il cielo. C' solo un tepore che scioglie le stelle.
Fa tremare sentire il mattino che vibra
tutto vergine, quasi nessuno di noi fosse sveglio.
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Ritorno di Deola.
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Torneremo per strada a fissare i passanti
e saremo passanti anche noi. Studieremo
come alzarci al mattino deponendo il disgusto
della notte e uscir fuori col passo di un tempo.
Piegheremo la testa al lavoro di un tempo.
Torneremo laggi, contro il vetro, a fumare
intontiti. Ma gli occhi saranno gli stessi
e anche i gesti e anche il viso. Quel vano segreto
che c'indugia nel corpo e ci sperde lo sguardo
morir lentamente nel ritmo del sangue
dove tutto scompare.
Usciremo un mattino,
non avremo pi casa, usciremo per via;
il disgusto notturno ci avr abbandonati;
tremeremo a star soli. Ma vorremo star soli.
Fisseremo i passanti col morto sorriso
di chi  stato battuto, ma non odia e non grida
perch sa che da tempo remoto la sorte
tutto quanto  gi stato o sar  dentro il sangue,
nel sussurro del sangue. Piegheremo la fronte
soli, in mezzo alla strada, in ascolto di un'eco
dentro il sangue. E quest'eco non vibrer pi.
Leveremo lo sguardo, fissando la strada.
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Abitudini.
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Sull'asfalto del viale la luna fa un lago
silenzioso e l'amico ricorda altri tempi.
Gli bastava in quei tempi un incontro improvviso
e non era pi solo. Guardando la luna,
respirava la notte. Ma pi fresco l'odore
della donna incontrata, della breve avventura
per le scale malcerte. La stanza tranquilla
e la rapida voglia di viverci sempre,
gli riempivano il cuore. Poi, sotto la luna,
a gran passi intontiti tornava, contento.
A quei tempi era un grande compagno di s.
Si svegliava al mattino e saltava dal letto,
ritrovando il suo corpo e i suoi vecchi pensieri.
Gli piaceva uscir fuori prendendo la pioggia
o anche il sole, godeva a guardare le strade,
a parlare con gente improvvisa. Credeva
di saper cominciare cambiando mestiere
fino all'ultimo giorno, ogni nuovo mattino.
Dopo grandi fatiche sedeva fumando.
Il piacere pi forte era starsene solo.
 invecchiato l'amico e vorrebbe una casa
che gli fosse pi cara, e uscir fuori la notte
e fermarsi sul viale a guardare la luna,
ma trovare al ritorno una donna sommessa,
una donna tranquilla, in attesa paziente.
 invecchiato l'amico e non basta pi a s.
I passanti son sempre gli stessi; la pioggia
e anche il sole, gli stessi; e il mattino, un deserto.
Faticare non vale la pena. E uscir fuori alla luna,
se nessuno l'aspetti, non vale la pena.
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Estate 1.
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 riapparsa la donna dagli occhi socchiusi
e dal corpo raccolto, camminando per strada.
Ha guardato diritto tendendo la mano,
nell'immobile strada. Ogni cosa  riemersa.
Nell'immobile luce del giorno lontano
s' spezzato il ricordo. La donna ha rialzato
la sua semplice fronte, e lo sguardo d'allora
 riapparso. La mano si  tesa alla mano
e la stretta angosciosa era quella d'allora.
Ogni cosa ha ripreso i colori e la vita
allo sguardo raccolto, alla bocca socchiusa.
 tornata l'angoscia dei giorni lontani
quando tutta un'immobile estate improvvisa
di colori e tepori emergeva, agli sguardi
di quegli occhi sommessi.  tornata l'angoscia
che nessuna dolcezza di labbra dischiuse
pu lenire. Un immobile cielo s'accoglie
freddamente, in quegli occhi.
Era calmo il ricordo
alla luce sommessa del tempo, era un docile
moribondo cui gi la finestra s'annebbia e scompare.
Si  spezzato il ricordo. La stretta angosciosa
della mano leggera ha riacceso i colori
e l'estate e i tepori sotto il vivido cielo.
Ma la bocca socchiusa e gli sguardi sommessi
non dan vita che a un duro inumano silenzio.
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Sogno.
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Ride ancora il tuo corpo all'acuta carezza
della mano o dell'aria, e ritrova nell'aria
qualche volta altri corpi? Ne ritornano tanti
da un tremore del sangue, da un nulla. Anche il corpo
che si stese al tuo fianco, ti ricerca in quel nulla.
Era un gioco leggero pensare che un giorno
la carezza dell'aria sarebbe riemersa
improvviso ricordo nel nulla. Il tuo corpo
si sarebbe svegliato un mattino, amoroso
del suo stesso tepore, sotto l'alba deserta.
Un acuto ricordo ti avrebbe percorsa
e un acuto sorriso. Quell'alba non torna?
Si sarebbe premuta al tuo corpo nell'aria
quella fresca carezza, nell'intimo sangue,
e tu avresti saputo che il tiepido istante
rispondeva nell'alba a un tremore diverso,
un tremore dal nulla. L'avresti saputo
come un giorno lontano sapevi che un corpo
era steso al tuo fianco.
Dormivi leggera
sotto un'aria ridente di labili corpi,
amorosa di un nulla. E l'acuto sorriso
ti percorse sbarrandoti gli occhi stupiti.
Non  pi ritornata, dal nulla, quell'alba?
 L'amico che dorme
Che diremo stanotte all'amico che dorme?
La parola pi tenue ci sale alle labbra
dalla pena pi atroce. Guarderemo l'amico,
le sue inutili labbra che non dicono nulla,
parleremo sommesso.
La notte avr il volto
dell'antico dolore che riemerge ogni sera
impassibile e vivo. Il remoto silenzio
soffrir come un'anima, muto, nel buio.
Parleremo alla notte che fiata sommessa.
Udiremo gli istanti stillare nel buio
al di l delle cose, nell'ansia dell'alba,
che verr d'improvviso incidendo le cose
contro il morto silenzio. L'inutile luce
sveler il volto assorto del giorno. Gli istanti
taceranno. E le cose parleranno sommesso.
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Indifferenza.
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 sbocciato quest'odio come un vivido amore
dolorando, e contempla se stesso anelante.
Chiede un volto e una carne, come fosse un amore.
Sono morte la carne del mondo e le voci
che suonavano, un tremito ha colto le cose;
tutta quanta la vita  sospesa a una voce.
Sotto un'estasi amara trascorrono i giorni
alla triste carezza della voce che torna
scolorandoci il viso. Non senza dolcezza
questa voce al ricordo risuona spietata
e tremante: ha tremato una volta per noi.
Ma la carne non trema. Soltanto un amore
la potrebbe incendiare, e quest'odio la cerca.
Tutte quante le cose e la carne del mondo
e le voci, non valgono l'accesa carezza
di quel corpo e quegli occhi. Nell'estasi amara
che distrugge se stessa, quest'odio ritrova
ogni giorno uno sguardo, una rotta parola,
e li afferra, insaziabile, come fosse un amore.
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Gelosia 2.
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L'uomo vecchio ha la terra di giorno, e di notte
ha una donna ch' sua ch'era sua fino a ieri.
Gli piaceva scoprirla, come aprire la terra,
e guardarsela a lungo, supina nell'ombra
attendendo. La donna sorrideva occhi chiusi.
L'uomo vecchio stanotte  seduto sul ciglio
del suo campo scoperto, ma non scruta la chiazza
della siepe lontana, non distende la mano
a divellere un'erba. Contempla tra i solchi
un pensiero rovente. La terra rivela
se qualcuno vi ha messo le mani e l'ha infranta:
lo rivela anche al buio. Ma non c' donna viva
che conservi la traccia della stretta dell'uomo.
L'uomo vecchio si  accorto che la donna sorride
solamente occhi chiusi, attendendo supina,
e comprende improvviso che sul giovane corpo
passa in sogno la stretta di un altro ricordo.
L'uomo vecchio non vede pi il campo nell'ombra.
Si  buttato in ginocchio, stringendo la terra
come fosse una donna e sapesse parlare.
Ma la donna distesa nell'ombra, non parla.
Dov' stesa occhi chiusi la donna non parla
n sorride, stanotte, dalla bocca piegata
alla livida spalla. Rivela sul corpo
finalmente la stretta di un uomo: la sola
che potesse segnarla, e le ha spento il sorriso.
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Risveglio.
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Lo ripete anche l'aria che quel giorno non torna.
La finestra deserta s'imbeve di freddo
e di cielo. Non serve riaprire la gola
all'antico respiro, come chi si ritrovi
sbigottito ma vivo.  finita la notte
dei rimpianti e dei sogni. Ma quel giorno non torna.
Torna a vivere l'aria, con vigore inaudito,
l'aria immobile e fredda. La massa di piante
infuocata nell'oro dell'estate trascorsa
sbigottisce alla giovane forza del cielo.
Si dissolve al respiro dell'aria ogni forma
dell'estate e l'orrore notturno  svanito.
Nel ricordo notturno l'estate era un giorno
dolorante. Quel giorno  svanito, per noi.
Torna a vivere l'aria e la gola la beve
nella vaga ansiet di un sapore goduto
che non torna. E nemmeno non torna il rimpianto
ch'era nato stanotte. La breve finestra
beve il freddo sapore che ha dissolta l'estate.
Un vigore ci attende, sotto il cielo deserto.
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Due.
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Uomo e donna si guardano supini sul letto:
i due corpi si stendono grandi e spossati.
L'uomo  immobile, solo la donna respira pi a lungo
e ne palpita il molle costato. Le gambe distese
sono scarne e nodose, nell'uomo. Il bisbiglio
della strada coperta di sole  alle imposte.
L'aria pesa impalpabile nella grave penombra
e raggela le gocciole di vivo sudore
sulle labbra. Gli sguardi delle teste accostate
sono uguali, ma pi non ritrovano i corpi
come prima abbracciati. Si sfiorano appena.
Muove un poco le labbra la donna, che tace.
Il respiro che gonfia il costato si ferma
a uno sguardo pi lungo dell'uomo. La donna
volge il viso accostandogli la bocca alla bocca.
Ma lo sguardo dell'uomo non muta nell'ombra.
Gravi e immobili pesano gli occhi negli occhi
al tepore dell'alito che ravviva il sudore,
desolati. La donna non muove il suo corpo
molle e vivo. La bocca dell'uomo s'accosta.
Ma l'immobile sguardo non muta nell'ombra.
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Altre poesie degli anni 1931 - 1940.
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Canzone.
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Le nuvole sono legate alla terra ed al vento.
Fin che ci saran nuvole sopra Torino
sar bella la vita. Sollevo la testa
e un gran gioco si svolge lass sotto il sole.
Masse bianche durissime e il vento vi circola
tutto azzurro talvolta le disfa
e ne fa grandi veli impregnati di luce.
Sopra i tetti, a migliaia le nuvole bianche
copron tutto, la folla, le pietre e il frastuono.
Molte volte levandomi ho visto le nuvole
trasparire nell'acqua limpida di un catino.
Anche gli alberi uniscono il cielo alla terra.
Le citt sterminate somiglian foreste
dove il cielo compare su su, tra le vie.
Come gli alberi vivi sul Po, nei torrenti
cos vivono i mucchi di case nel sole.
Anche gli alberi soffrono e muoiono sotto le nubi
l'uomo sanguina e muore, ma canta la gioia
tra la terra ed il cielo, la gran meraviglia
di citt e di foreste. Avr tempo domani
a rinchiudermi e stringere i denti. Ora tutta la vita
son le nubi e le piante e le vie, perdute nel cielo.
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Il vino triste 1.
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 un bel fatto che tutte le volte che siedo in un angolo
d'una tampa a sorbire il grappino, ci sia il pederasta
o i bambini che strillano o il disoccupato
o una bella ragazza che passa di fuori,
tutti a rompermi il filo del fumo. " cos, giovanotto,
ce lo dico davvero, lavoro a Lucento".
Ma la voce, la voce angosciata del vecchio
quarantenne non so che mi ha stretto la mano
nottetempo nel freddo e poi mi ha accompagnato
fino a casa, quel tono da vecchia cornetta,
non lo scordo, neanche se muoio.
Non diceva del vino, parlava con me
perch avevo studiato e fumavo la pipa.
"E chi fuma la pipa" esclamava tremando
"non pu essere falso!" Approvai colla testa.
Ho trovato ragazze al ritorno, pi aperte, pi sane,
colle gambe scoperte digiuno da mesi
e mi sono sposato soltanto perch ero ubriaco
della loro freschezza un amore senile.
Ho sposato la pi muscolosa e la pi impertinente
per sapere di nuovo la vita, per non pi morire
dietro un tavolo, dentro un ufficio, dinanzi ad estranei.
Ma anche Nella fu estranea per me e un allievo aviatore
me la vide una volta e ci mise le mani.
Ora  morto quel vile quel povero giovane
capotato nel cielo no sono io il vile.
La mia Nella accudisce un bambino non so se  mio figlio
ed  tutta di casa e io sono un estraneo
che non sa accontentarla e non oso dir nulla
e anche Nella non parla, ma solo mi guarda.
E, il pi bello, piangeva quell'uomo a contarla,
come piange uno sbronzo, con tutto il suo corpo,
e mi cadeva addosso e diceva "Tra noi
sempre rispetto" ed io, a tremare nel freddo,
a cercare di andarmene, a dargli la mano.
Fa piacere sorbire il grappino, ma  un altro piacere
ascoltare gli sfoghi di un vecchio impotente
che  tornato dal fronte e vi chiede perdono.
Quali soddisfazioni ho mai io nella vita?
Ce lo dico davvero, lavoro a Lucento.
Quali soddisfazioni ho mai io nella vita?
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Tradimento.
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Stamattina non sono pi solo. Una donna recente
sta distesa sul fondo e mi grava la prua
della barca, che avanza e fatica nell'acqua tranquilla
ancor gelida e torba del sonno notturno.
Sono uscito dal Po tumultuante e echeggiante nel sole
di onde rapide e di sabbiatori, e vincendo la svolta
dopo molti sussulti, mi sono cacciato
nel Sangone. "Che sogno", ha osservato colei
senza muovere il corpo supino, guardando nel cielo.
Non c' un'anima in giro e le rive son alte
e a monte pi anguste, serrate di pioppi.
Quant' goffa la barca in quest'acqua tranquilla.
Dritto a poppa a levare e abbassare la punta,
vedo il legno che avanza impacciato:  la prua che sprofonda
per quel peso di un corpo di donna, ravvolto di bianco.
La compagna mi ha detto che  pigra e non s' ancora mossa.
Sta distesa a fissare da sola le vette degli alberi
ed  come in un letto e m'ingombra la barca.
Ora ha messo una mano nell'acqua e la lascia schiumare
e m'ingombra anche il fiume. Non posso guardarla
sulla prua dove stende il suo corpo che piega la testa
e mi fissa curiosa dal basso, muovendo la schiena.
Quando ho detto che venga pi in centro, lasciando la prua,
mi ha risposto un sorriso vigliacco: "Mi vuole vicina?"
Altre volte, gocciante di un tuffo fra i tronchi e le pietre,
continuavo a puntare nel sole, finch'ero ubriaco,
e approdando a quest'angolo, mi gettavo riverso,
accecato dall'acqua e dai raggi, buttato via il palo,
a calmare il sudore e l'affanno al respiro
delle piante e alla stretta dell'erba. Ora l'ombra  estuosa
al sudore che pesa nel sangue e alle membra infiacchite,
e la volta degli alberi filtra la luce
di un'alcova. Seduto sull'erba, non so cosa dire
e m'abbraccio i ginocchi. La compagna  sparita
dentro il bosco dei pioppi, ridendo, e io debbo inseguirla.
La mia pelle  annerita di sole e scoperta.
La compagna che  bionda, poggiando le mani
alle mie per saltare sul greto, mi ha fatto sentire,
con la fragilit delle dita, il profumo
del suo corpo nascosto. Altre volte il profumo
era l'acqua seccata sul legno e il sudore nel sole.
La compagna mi chiama impaziente. Nell'abito bianco
sta girando fra i tronchi e io debbo inseguirla.
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Il ragazzo che era in me.
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Va' a sapere perch fossi l quella sera nei prati.
Forse mi ero lasciato cadere stremato di sole,
e fingevo l'indiano ferito. Il ragazzo a quei tempi
scollinava da solo cercando bisonti
e tirava le frecce dipinte e vibrava la lancia.
Quella sera ero tutto tatuato a colori di guerra.
Ora, l'aria era fresca e la medica pure
vellutata profonda, spruzzata dei fiori
rossogrigi e le nuvole e il cielo
s'accendevano in mezzo agli steli. Il ragazzo riverso
che alla villa sentiva lodarlo, fissava quel cielo.
Ma il tramonto stordiva. Era meglio socchiudere gli occhi
e godere l'abbraccio dell'erba. Avvolgeva come acqua.
Ad un tratto mi giunse una voce arrochita dal sole:
il padrone del prato, un nemico di casa,
che fermato a vedere la pozza dov'ero sommerso
mi conobbe per quel della villa e mi disse irritato
di guastar roba mia, che potevo, e lavarmi la faccia.
Saltai mezzo dall'erba. E rimasi, poggiato le mani,
a fissare tremando quel volto offuscato.
Oh la bella occasione di dare una freccia nel petto di un uomo!
Se il ragazzo non ebbe il coraggio, m'illudo a pensare
che sia stato per l'aria di duro comando che aveva quell'uomo.
Io che anche oggi mi illudo di agire impassibile e saldo
me ne andai quella sera in silenzio e stringevo le frecce
borbottando, gridando parole d'eroe moribondo.
Forse fu avvilimento dinanzi allo sguardo pesante
di chi avrebbe potuto picchiarmi. O piuttosto vergogna
come quando si passa ridendo dinanzi a un facchino.
Ma ho il terrore che fosse paura. Fuggire, fuggii.
E, la notte, le lacrime e i morsi al guanciale
mi lasciarono in bocca sapore di sangue.
L'uomo  morto. La medica  stata divelta, erpicata
ma mi vedo chiarissimo il prato dinanzi
e, curioso, cammino e mi parlo, impassibile
come l'uomo alto e cotto dal sole parl quella sera.
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Ozio.
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Tutti i gran manifesti attaccati sui muri,
che presentano sopra uno sfondo di fabbriche
l'operaio robusto che si erge nel cielo,
vanno in pezzi, nel sole e nell'acqua. Masino bestemmia
a veder la sua faccia pi fiera, sui muri
delle vie, e doverle girare cercando lavoro.
Uno si alza al mattino e si ferma a guardare i giornali
nelle edicole vive di facce di donna a colori:
fa confronti con quelle che passano e perde il suo tempo,
ch ogni donna ha le occhiaie pi stracche. Compaiono a un tratto
coi cartelli dei cinematografi addosso alla testa
e con passi sostanti, i vecchiotti vestiti di rosso
e Masino, fissando le facce deformi
e i colori, si tocca le guance e le sente pi vuote.
Ogni volta che mangia, Masino ritorna a girare,
perch  segno che ha gi lavorato. Traversa le vie
e non guarda pi in faccia nessuno. La sera, ritorna
e si stende un momento nei prati con quella ragazza.
Quando  solo, gli piace restare nei prati
tra le case isolate e i rumori sommessi
e talvolta fa un sonno. Le donne non mancano,
come quando era ancora meccanico: adesso  Masino
a cercarne una sola e volerla fedele.
Una volta da quando va in giro ha atterrato un rivale
e i colleghi, che li hanno trovati in un fosso,
han dovuto bendargli una mano. Anche quelli non fanno pi nulla
e tre o quattro, affamati, han formato una banda
di clarino e chitarre volevano averci Masino
che cantasse e girare le vie a raccogliere i soldi.
Lui Masino ha risposto che canta per niente
ogni volta che ha voglia, ma andare a svegliare le serve
per le strade,  un lavoro da napoli. I giorni che mangia,
porta ancora con s pochi amici a met la collina:
l si chiudono in qualche osteria e ne cantano un pezzo
loro soli, da uomini. Andavano un tempo anche in barca,
ma dal fiume si vede la fabbrica, e fa brutto sangue.
Dopo un giorno a strisciare le suole davanti agli affissi,
alla sera Masino finisce al cinema
dove ha gi lavorato, una volta. Fa bene quel buio
alla vista spossata dai troppi lampioni.
Tener dietro alla storia non  una fatica:
vi si vede una bella ragazza e talvolta c' uomini
che si picchiano secco. Vi sono paesi
che varrebbe la pena di viverci, al posto
degli stupidi attori. Masino contempla,
su un paese di nude colline, di prati e di fabbriche,
la sua testa ingrandita in primissimi piani.
Quelli almeno non dnno la rabbia che dnno i cartelli
colorati, sugli angoli, e i musi di donna dipinti.
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Estate di San Martino.
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Le colline e le rive del Po sono un giallo bruciato
e noi siamo saliti quass a maturarci nel sole.
Mi racconta costei come fosse un amico
Da domani abbandono Torino e non torno mai pi.
Sono stanca di vivere tutta la vita in prigione.
Si respira un sentore di terra e, di l dalle piante,
a Torino, a quest'ora, lavorano tutti in prigione.
Torno a casa dei miei dove almeno potr stare sola
senza piangere e senza pensare alla gente che vive.
L mi caccio un grembiale e mi sfogo in cattive risposte
ai parenti e per tutto l'inverno non esco mai pi.
Nei paesi novembre  un bel mese dell'anno:
c' le foglie colore di terra e le nebbie al mattino,
poi c' il sole che rompe le nebbie. Lo dico tra me
e respiro l'odore di freddo che ha il sole al mattino.
Me ne vado perch  troppo bella Torino a quest'ora:
a me piace girarci e vedere la gente
e mi tocca star chiusa finch' tutto buio
e la sera soffrire da sola. Mi vuole vicino
come fossi un amico: quest'oggi ha saltato l'ufficio
per trovare un amico. Ma posso star sola cos?
Giorno e notte l'ufficio le scale la stanza da letto
se alla sera esco a fare due passi non so dove andare
e ritorno cattiva e al mattino non voglio pi alzarmi.
Tanto bella sarebbe Torino poterla godere
solamente poter respirare. Le piazze e le strade
han lo stesso profumo di tiepido sole
che c' qui tra le piante. Ritorni al paese.
Ma Torino  il pi bello di tutti i paesi.
Se trovassi un amico quest'oggi, starei sempre qui.
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Canzone di strada.
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Perch vergogna? Quando uno ha pagato il suo tempo,
se lo lasciano uscire,  perch  come tutti
e ce n' della gente per strada, che  stata in prigione.
Dal mattino alla sera giriamo sui corsi
e che piova o che faccia un bel sole, va sempre per noi.
 una gioia incontrare sui corsi la gente che parla
e parlare da soli, pigliando ragazze a spintoni.
 una gioia fischiar nei portoni aspettando ragazze
e abbracciarle per strada e portarle al cinema
e fumar di nascosto, appoggiati alle belle ginocchia.
 una gioia parlare con loro palpando e ridendo,
e di notte nel letto, sentendo buttarsi sul collo
le due braccia che attirano in basso, pensare al mattino
che si torner a uscir di prigione nel fresco del sole.
Dal mattino alla sera girare ubriachi
e guardare ridendo i passanti che vanno
e che godono tutti anche i brutti a sentirsi per strada.
Dal mattino alla sera cantare ubriachi
e incontrare ubriachi e attaccare discorsi
che ci durino a lungo e ci mettano sete.
Tutti questi individui che vanno parlando tra s,
li vogliamo alla notte con noi, chiusi in fondo alla tampa,
e seguire con loro la nostra chitarra
che saltella ubriaca e non sta pi nel chiuso
ma spalanca le porte a echeggiare nell'aria
fuori pivano l'acqua o le stelle. Non conta se i corsi
a quest'ora non hanno pi belle ragazze a passeggio:
troveremo ben noi l'ubriaco che ride da solo
perch  uscito anche lui di prigione stanotte,
e con lui, strepitando e cantando, faremo il mattino.
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Proprietari.
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Il mio prete che  nato in campagna,  vissuto vegliando
giorno e notte in citt i moribondi e ha riunito in tanti anni
qualche soldo di lasciti per l'ospedale.
Risparmiava soltanto le donne perdute e i bambini
e nel nuovo ospedale lettucci di ferro imbiancato
c' un'intera sezione per donne e bambini perduti.
Ma i morenti che sono scampati, lo vengono ancora a trovare
e gli chiedon consigli di affari. Lo zelo l'ha reso ben magro
tra il sentore dei letti e i discorsi con gente che rantola
e seguire, ogni volta che ha tempo, i suoi morti alla fossa
e pregare per loro, spruzzandoli e benedicendoli.
Una sera di marzo gi calda, il mio prete ha sepolto
una vecchia coperta di piaghe: era stata sua madre.
La donnetta era morta al paese, perch l'ospedale
le faceva paura e voleva morir nel suo letto.
Il mio prete quel giorno portava la stola
dei suoi altri defunti, ma sopra la bara
spruzz a lungo acqua santa e preg anche pi a lungo.
Nella sera gi calda, la terra rimossa odorava
sulla bara dov'era un marciume: la vecchia era morta
per il sangue cattivo a vedersi sfumare le terre
che rimasta lei sola spettava a lei sola salvare.
Sotto terra, un rosario era avvolto alle mani piagate
che, da vive, con tre o quattro croci su pezzi di carta
s'eran messe in miseria. E il mio prete pregava
che potesse venir perdonata la temerit
della vedova che, mentre il figlio studiava coi preti,
s'era senza cercare consiglio presunta da tanto.
L'ospedale ha un giardino che odora di terra,
messo insieme a fatica, per dare ai malati aria buona.
Il mio prete conosce le piante e i cespugli
anche pi dei suoi morti, ch quelli rinnovano,
ma le piante e i cespugli son sempre gli stessi.
Tra quel verde borbotta a quel modo che fa sulle tombe
negli istanti che ruba ai malati, e dimentica sempre
di fermarsi davanti alla grotta, che han fatto le suore,
della Nativit, in fondo al viale. Si lagna talvolta
che le cure gli han sempre impedito di dare un'occhiata
ai bisogni degli alberi secchi e che mai, da trent'anni,
ha potuto pensare alla requiem eterna.
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Pensieri di Dina.
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Dentro l'acqua che scorre ormai limpida e fresca di sole,
 un piacere gettarsi: a quest'ora non viene nessuno.
Fanno rabbrividire, le scorze dei pioppi, a toccarle col corpo,
pi che l'acqua scrosciante di un tuffo. Sott'acqua  ancor buio
e fa un gelo che accoppa, ma basta saltare nel sole
e si torna a guardare le cose con occhi lavati.
 un piacere distendersi nuda sull'erba gi calda
e cercare con gli occhi socchiusi le grandi colline
che sormontano i pioppi e mi vedono nuda
e nessuno di l se ne accorge. Quel vecchio in mutande
e cappello, che andava a pescare, mi ha vista tuffarmi,
ma ha creduto che fossi un ragazzo e nemmeno ha parlato.
Questa sera ritorno una donna nell'abito rosso
non lo sanno che sono ora stesa qui nuda quegli uomini
che mi fanno i sorrisi per strada ritorno vestita
a pigliare i sorrisi. Non sanno quegli uomini
che stasera avr fianchi pi forti, nell'abito rosso,
e sar un'altra donna. Nessuno mi vede quaggi:
e di l dalle piante ci son sabbiatori pi forti
di quegli altri che fanno i sorrisi: nessuno mi vede.
Sono sciocchi gli uomini stasera ballando con tutti
io sar come nuda, come ora, e nessuno sapr
che poteva trovarmi qui sola. Sar come loro.
Solamente, gli sciocchi, vorranno abbracciarmi ben stretta,
bisbigliarmi proposte da furbi. Ma cosa m'importa
delle loro carezze? So farmi carezze da me.
Questa sera dovremmo poter stare nudi e vederci
senza fare sorrisi da furbi. Io sola sorrido
a distendermi qui dentro l'erba e nessuno lo sa.
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Lavorare stanca 1.
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I due, stesi sull'erba, vestiti, si guardano in faccia
tra gli steli sottili: la donna gli morde i capelli
e poi morde nell'erba. Sorride scomposta, tra l'erba.
L'uomo afferra la mano sottile e la morde
e s'addossa col corpo. La donna gli rotola via.
Mezza l'erba del prato  cos scompigliata.
La ragazza, seduta, s'aggiusta i capelli
e non guarda il compagno, occhi aperti, disteso.
Tutti e due, a un tavolino, si guardano in faccia
nella sera, e i passanti non cessano mai.
Ogni tanto un colore pi gaio li distrae.
Ogni tanto lui pensa all'inutile giorno
di riposo, trascorso a inseguire costei,
che  felice di stargli vicina e guardarlo negli occhi.
Se le tocca col piede la gamba, sa bene
che si danno a vicenda uno sguardo sorpreso
e un sorriso, e la donna  felice. Altre donne che passano
non lo guardano in faccia, ma almeno si spogliano
con un uomo stanotte. O che forse ogni donna
ama solo chi perde il suo tempo per nulla.
Tutto il giorno si sono inseguiti e la donna  ancor rossa
alle guance, dal sole. Nel cuore ha per lui gratitudine.
Lei ricorda un baciozzo rabbioso scambiato in un bosco,
interrotto a un rumore di passi, e che ancora la brucia.
Stringe a s il mazzo verde raccolto sul sasso
di una grotta di bel capelvenere e volge al compagno
un'occhiata struggente. Lui fissa il groviglio
degli steli nericci tra il verde tremante
e ripensa alla voglia di un altro groviglio,
presentito nel grembo dell'abito chiaro,
che la donna gli ignora. Nemmeno la furia
non gli vale, perch la ragazza, che lo ama, riduce
ogni assalto in un bacio e gli prende le mani.
Ma stanotte, lasciatala, sa dove andr:
torner a casa rotto di schiena e intontito,
ma assaporer almeno nel corpo saziato
la dolcezza del sonno sul letto deserto.
Solamente, e quest' la vendetta, s'immaginer
che quel corpo di donna, che avr come suo,
sia, senza pudori, in libidine, quello di lei.
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Gente non convinta.
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Questa pioggia che cade per piazze e per strade,
e in caserma e in collina, va tutta sprecata.
Domattina le piante saranno lavate,
lungo i viali, e il cortile in caserma bel molle,
da sfangarci al ginocchio: i lavori che fanno in citt
sembran tutti quest'acqua che cade sui tetti.
(Fuori, piova nel buio per tutte le strade,
finir che domani per terra c' l'erba).
Si  veduto stasera venire gi l'acqua
per i fossi, in collina, e la terra ingiallita
dalle foglie e dal fango. Ma, sopra il sentore
della terra, uno sterile tanfo di fiori
che succhiavano l'acqua, e tra i fiori, le ville
che grondavano pioggia. Soltanto dall'altro versante,
arrivare sul vento un sentore di vigna.
(Fuori, piova nel buio per piazze e per strade,
non importa: c' un vino che viene a scaldarci
di un calore che ancora domani sapremo cos').
C' un odore di pietra nel vento bagnato,
e per terra, soltanto rotaie. Le donne che passano
le conosce nessuno. Le donne in citt
sono sempre diverse e non servono a niente.
Nel casino, l s che gli odori son buoni
e le donne son brave. Ma vivono come in caserma
anche loro e il lavoro che fanno  una stupidit.
(Non importa: le donne verranno a scaldarci
di un calore che ancora domani sapremo cos').
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Fine della fantasia.
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Questo corpo mai pi ricomincia. A toccargli le occhiaie
uno sente che un mucchio di terra  pi vivo,
ch la terra, anche all'alba, non fa che tacere in se stessa.
Ma un cadavere  un resto di troppi risvegli.
Non abbiamo che questa virt: cominciare
ogni giorno la vita davanti alla terra,
sotto un cielo che tace attendendo un risveglio.
Si stupisce qualcuno che l'alba sia tanta fatica;
di risveglio in risveglio un lavoro  compiuto.
Ma viviamo soltanto per dare in un brivido
al lavoro futuro e svegliare una volta la terra.
E talvolta ci accade. Poi torna a tacere con noi.
Se a sfiorare quel volto la mano non fosse malferma
viva mano che sente la vita se tocca
se davvero quel freddo non fosse che il freddo
della terra, nell'alba che gela la terra,
forse questo sarebbe un risveglio, e le cose che tacciono
sotto l'alba, direbbero ancora parole. Ma trema
la mia mano, e di tutte le cose somiglia alla mano
che non muove.
Altre volte svegliarsi nell'alba
era un secco dolore, uno strappo di luce,
ma era pure una liberazione. L'avara parola
della terra era gaia, in un rapido istante,
e morire era ancora tornarci. Ora, il corpo che attende
 un avanzo di troppi risvegli e alla terra non torna.
Non lo dicon nemmeno, le labbra indurite.
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Cattive compagnie.
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Questo  un uomo che fuma la pipa. Laggi nello specchio,
c' n' un altro che fuma la pipa. Si guardano in faccia.
Quello vero  tranquillo perch vede l'altro sorridere.
Prima ha visto altre cose. Su un fondo di fumo
una faccia di donna protesa a sorridere
e un idiota leccarla con gli occhi parlando.
Poi l'idiota, parlando, afferrare anche lui
e strappargli un sogghigno. Un sogghigno da idiota.
E la donna piegarsi e serrare le labbra
come avesse veduto qualcosa di nudo.
Ora, corpi di uomini nudi la donna ne vede
dal mattino alla sera, ma spoglia anche s
e l sopra lavora, ridendo. E sogghigni ne vede
e ne fa, sul lavoro: anzi,  mezzo lavoro
un sogghigno ben fatto. Ma quando una  l per scherzare
a parole, ferisce vedere anche l'altro,
che in silenzio ascoltava parlare l'idiota,
lampeggiare lo stesso pensiero brutale.
Donna e idiota son gi ritornati a alitarsi sul volto
si somigliano un poco le donne e gli idioti
e la pipa vapora una faccia contratta.
Dentro il fumo  possibile fare una smorfia
e socchiudere gli occhi. La donna ridendo
schiva quello che parla pendendole addosso.
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Disciplina antica.
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Gli ubriachi non sanno parlare alle donne
e si sono sbandati; nessuno li vuole.
Vanno adagio per strada, la strada e i lampioni
non han fine. Qualcuno fa i giri pi larghi:
ma non c' da temere, domani ritornano a casa.
L'ubriaco che sbanda, si crede con donne
i lampioni son sempre gli stessi e le donne, di notte,
sono sempre le stesse: nessuna lo ascolta.
L'ubriaco ragiona e le donne non vogliono.
Queste donne che ridono sono il discorso che fa:
perch ridono tanto le donne o, se piangono, gridano?
L'ubriaco vorrebbe una donna ubriaca
che ascoltasse sommessa. Ma quelle lo assordano
"Per avere sto figlio, bisogna passare da noi".
L'ubriaco si stringe a un compagno ubriaco,
che stasera  suo figlio, non nato da quelle.
Come pu una donnetta che piange e che sgrida
fargli un figlio compagno? Se quello  ubriaco,
non ricorda le donne nel passo malfermo,
e i due avanzano in pace. Il figliolo che conta
non  nato di donna sarebbe una donna
anche lui. Lui cammina col padre e ragiona:
i lampioni gli durano tutta la notte.
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Gelosia 1.
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Ci si siede di fronte e si vuotano i primi bicchieri
lentamente, fissando il rivale con l'occhio traverso.
Poi si aspetta che il vino gorgogli. Si guarda nel vuoto
canzonando. Se i muscoli tremano ancora
treman anche al rivale. Bisogna sforzarsi
per non bere di un fiato e sbronzarsi di colpo.
Oltre il bosco, si sente il ballabile e vedon lanterne
dondolanti non sono restate che donne
sul palchetto. Lo schiaffo piantato alla bionda
ha portato via tutti a godersi lo scontro.
I rivali sentivano in bocca un sapore di rabbia
e di sangue; ora sentono il sapore del vino.
Per riempirsi di pugni bisogna esser soli
come a fare l'amore, ma c' sempre la notte.
Sul palchetto i lampioni di carta e le donne
non stan fermi, nel fresco. La bionda, nervosa,
siede e cerca di ridere, ma s'immagina un prato
dove i due si dibattono e perdono sangue.
Li ha sentiti vociare di l dalle piante.
Malinconica, sopra il palchetto, una coppia di donne
gira in tondo; qualcuna fa cerchio alla bionda,
e s'informano se proprio le duole la faccia.
Per riempirsi di pugni bisogna esser soli.
Tra i colleghi c' sempre qualcuno che blatera
e fa fare commedie. La gara del vino
non  mica uno sfogo: uno sente la rabbia
gorgogliare nel rutto e bruciare la gola.
Il rivale, pi calmo, d mano al bicchiere
e lo vuota continuo. Ha finito il suo litro
e ne attacca un secondo. Il calore del sangue
manda in secco i bicchieri, come dentro una stufa.
I colleghi d'intorno hanno facce sbiancate
e oscillanti, le voci si sentono appena.
Il bicchiere, si cerca e non c'. Per stanotte
anche a vincere la bionda torna a casa da sola.
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La pace che regna.
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Il piacere del vecchio  sorprendere le ultime stelle
sotto l'alba, poi bere una volta e girare per strada.
Uno ha sempre saputo che il mondo finisce cos:
ci si trova fra visi di gente inaudita,
e non basta guardarli e pensarci con calma.
Il mio vecchio comincia dall'alba a girare le strade
e nessuno s'accorge che guarda e ci pensa,
lui, che un tempo era giovane, com' giovane il mondo.
Non c' un cane che sappia com' il corpo del vecchio,
nudo e debole, e come il mattino trascorra per lui,
mentre lui vede i corpi di giovani e donne
e di tutti conosce il vigore. Ma gli occhi dei giovani
che non badano al vecchio, trascorrono in strada
inquieti, e hanno tutti una vita che il vecchio non sa.
Certamente, le strade son sempre le stesse
e il mattino ha lo stesso splendore. Ma un giovane
che picchiasse e piombasse sui sassi il mio vecchio
non sarebbe che giusto. E il mio vecchio non sa,
bench pensi a ogni cosa, che questa  la sorte:
pensa ai giovani e ai vecchi che son tutta la vita.
Inquieto  anche il vecchio al pensiero che un giorno
saran vecchi anche questi, e nessuno sapr
con che sguardo gli ignoti urteranno le cose.
Ma un'occhiata sul mondo la stende chiunque
e al mattino ogni cosa si sveglia. Invecchiando,
sar ancora un piacere sorprendere l'alba
e discendere in strada tra la folla vivente.
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Altri tempi.
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Anche il povero scemo che ha un occhio fiaccato
sanguinante, strizzandomi l'altro, rinvanga il suo sogno.
Occhi acuti, vedevano persino di notte;
e le spose, era inutile che spegnessero il lume.
Come un gatto. Gli uccelli passavano a volo
anche sopra le nubi, ma lui li arrivava
come noci sull'albero. Nei sereni d'inverno
sulla luna vedeva le montagne di ghiaccio.
Grandi muscoli aveva: portava il quintale
prima ancora dei baffi. Prendeva la pioggia
tutto un giorno d'inverno, che la pelle fumava,
e nemmeno tossiva. Le ragazze con lui
eran pi che contente: le lasciava per morte.
Nelle risse lasciava per morto il rivale:
le ragazze tornavano, ch godevano troppo
a morire in quel modo, ma un rivale abbattuto
non tornava. Per vivere ci vuole coraggio.
E per ogni rivale buttato sui sassi
c' un bastardo di pi sotto il sole.
Ogni volta
le figliole le pensa pi belle e i figlioli pi grandi;
tutti han occhi da gatto. Se li sogna di notte.
Quello vero, che gira con lui, fa spavento:
non si passa l'estate a grattarsi i pidocchi
senza empirsi di croste. Si direbbe che mangiano
l'uno le ossa dell'altro. Anche il piccolo  guercio
ma capisce. Raccoglie le cicche e le fuma da s.
Anche il povero scemo fumava, ai suoi tempi
quando aveva la vista e le donne. Mangiava
tutti i giorni, servito da una bella ragazza,
che gli dava anche il vino. Fin che un giorno s'accorse
di esser scemo e d'allora il ragazzo lo guida
sulla pubblica strada, di mattino in mattino.
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Poetica.
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Il ragazzo s' accorto che l'albero vive.
Se le tenere foglie si schiudono a forza
una luce, rompendo spietate, la dura corteccia
deve troppo soffrire. Pure vive in silenzio.
Tutto il mondo  coperto di piante che soffrono
nella luce, e non s'ode nemmeno un sospiro.
 una tenera luce. Il ragazzo non sa
donde venga,  gi sera; ma ogni tronco rileva
sopra un magico fondo. Dopo un attimo  buio.
Il ragazzo qualcuno rimane ragazzo
troppo tempo che aveva paura del buio,
va per strada e non bada alle case imbrunite
nel crepuscolo. Piega la testa in ascolto
di un ricordo remoto. Nelle strade deserte
come piazze, s'accumula un grave silenzio.
Il passante potrebbe esser solo in un bosco,
dove gli alberi fossero enormi. La luce
con un brivido corre i lampioni. Le case
abbagliate traspaiono nel vapore azzurrino,
e il ragazzo alza gli occhi. Quel silenzio remoto
che stringeva il respiro al passante,  fiorito
nella luce improvvisa. Sono gli alberi antichi
del ragazzo. E la luce  l'incanto d'allora.
E comincia, nel diafano cerchio, qualcuno
a passare in silenzio. Per la strada nessuno
mai rivela la pena che gli morde la vita.
Vanno svelti, ciascuno come assorto nel passo,
e grandi ombre barcollano. Hanno visi solcati
e le occhiaie dolenti, ma nessuno si lagna.
Tutta quanta la notte, nella luce azzurrina,
vanno come in un bosco, tra le case infinite.
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Alter ego.
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Dal mattino alla sera vedevo il tatuaggio
sul suo petto setoso: una donna rossastra
fitta, come in un prato, nel pelo. L sotto
rugge a volte un tumulto, che la donna sussulta.
La giornata passava in bestemmie e silenzi.
Se la donna non fosse un tatuaggio, ma viva
aggrappata sul petto peloso, quest'uomo
muggirebbe pi forte, nella piccola cella.
Occhi aperti, disteso nel letto taceva.
Un respiro profondo di mare saliva
dal suo corpo di grandi ossa salde: era steso
come sopra una tolda. Pesava sul letto
come chi s' svegliato e potrebbe balzare.
Il suo corpo, salato di schiuma, grondava
un sudore solare. La piccola cella
non bastava all'ampiezza d'una sola sua occhiata.
A vedergli le mani si pensava alla donna.
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Paesaggio 1938.
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Molte volte al mattino, sul gelo dell'acqua
una barca risale, di chiare sottane.
 ancor nuda la magra collina distesa
nella nebbia del sole e s'avvolge di verde
pubert, come un velo. La barca inesperta
ha talvolta sussulti che schiumano bianco.
Le ragazze incrocicchiano le braccia allo sforzo
e si parlano a scatti. "Vedrai come il sole
annerisce". Hanno nude le schiene nell'aria.
La collina di ruggine sorride nel cielo.
Le ragazze la fissano a scatti. La terra
ha il colore che avranno al gran cielo d'agosto
spalle e fianchi nascosti nelle chiare sottane.
Nuvolette fiorite punteggiano i colli
sullo specchio dell'acqua. Le ragazze piegate
dnno un rapido sguardo ai capelli scomposti,
dentro l'acqua. Qualcuna sorride da sola
al suo volto. Qualcuna si terge di scatto
il sudore pungente che sa di rugiada.
A un sussulto pi forte, abbandonano i remi
e la barca gorgoglia. "Vedrai come il sole
annerisce". Ricadono le chiare sottane
dalle gambe. Qualcuna non distoglie pi gli occhi
dalla bella collina dove il sole vapora
la rugiada e tra poco empir tutto il cielo.
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La casa.
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L'uomo solo ascolta la voce calma
con lo sguardo socchiuso, quasi un respiro
gli alitasse sul volto, un respiro amico
che risale, incredibile, dal tempo andato.
L'uomo solo ascolta la voce antica
che i suoi padri, nei tempi, hanno udita, chiara
e raccolta, una voce che come il verde
degli stagni e dei colli incupisce a sera.
L'uomo solo conosce una voce d'ombra,
carezzante, che sgorga nei toni calmi
di una polla segreta: la beve intento,
occhi chiusi, e non pare che l'abbia accanto.
 la voce che un giorno ha fermato il padre
di suo padre, e ciascuno del sangue morto.
Una voce di donna che suona segreta
sulla soglia di casa, al cadere del buio.
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La terra e la morte (1945 - 1946).
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Terra rossa terra nera.
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Terra rossa terra nera,
tu vieni dal mare,
dal verde riarso,
dove sono parole
antiche e fatica sanguigna
e gerani tra i sassi
non sai quanto porti
di mare parole e fatica,
tu ricca come un ricordo,
come la brulla campagna,
tu dura e dolcissima
parola, antica per sangue
raccolto negli occhi;
giovane, come un frutto
che  ricordo e stagione
il tuo fiato riposa
sotto il cielo d'agosto,
le olive del tuo sguardo
addolciscono il mare,
e tu vivi rivivi
senza stupire, certa
come la terra, buia
come la terra, frantoio
di stagioni e di sogni
che alla luna si scopre
antichissimo, come
le mani di tua madre,
la conca del braciere.
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Tu sei come una terra.
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Tu sei come una terra
che nessuno ha mai detto.
Tu non attendi nulla
se non la parola
che sgorgher dal fondo
come un frutto tra i rami.
C' un vento che ti giunge.
Cose secche e rimorte
t'ingombrano e vanno nel vento.
Membra e parole antiche.
Tu tremi nell'estate.
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...
Anche tu sei collina.
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Anche tu sei collina
e sentiero di sassi
e gioco nei canneti,
e conosci la vigna
che di notte tace.
Tu non dici parole.
C' una terra che tace
e non  terra tua.
C' un silenzio che dura
sulle piante e sui colli.
Ci son acque e campagne.
Sei un chiuso silenzio
che non cede, sei labbra
e occhi bui. Sei la vigna.
 una terra che attende
e non dice parola.
Sono passati giorni
sotto cieli ardenti.
Tu hai giocato alle nubi.
 una terra cattiva
la tua fronte lo sa.
Anche questo  la vigna.
Ritroverai le nubi
e il canneto, e le voci
come un'ombra di luna.
Ritroverai parole
oltre la vita breve
e notturna dei giochi,
oltre l'infanzia accesa.
Sar dolce tacere.
Sei la terra e la vigna.
Un acceso silenzio
brucer la campagna
come i fal la sera.
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...
Hai viso di pietra scolpita.
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Hai viso di pietra scolpita,
sangue di terra dura,
sei venuta dal mare.
Tutto accogli e scruti
e respingi da te
come il mare. Nel cuore
hai silenzio, hai parole
inghiottite. Sei buia.
Per te l'alba  silenzio.
E sei come le voci
della terra l'urto
della secchia nel pozzo,
la canzone del fuoco,
il tonfo di una mela;
le parole rassegnate
e cupe sulle soglie,
il grido del bimbo le cose
che non passano mai.
Tu non muti. Sei buia.
Sei la cantina chiusa,
dal battuto di terra,
dov' entrato una volta
ch'era scalzo il bambino,
e ci ripensa sempre.
Sei la camera buia
cui si ripensa sempre,
come al cortile antico
dove s'apriva l'alba.
...
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...
Tu non sai le colline.
...
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...
Tu non sai le colline
dove si  sparso il sangue.
Tutti quanti fuggimmo.
tutti quanti gettammo
l'arma e il nome. Una donna
ci guardava fuggire.
Uno solo di noi
si ferm a pugno chiuso,
vide il cielo vuoto,
chin il capo e mor
sotto il muro, tacendo.
Ora  un cencio di sangue
e il suo nome. Una donna
ci aspetta alle colline.
...
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...
Di salmastro e di terra.
...
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...
Di salmastro e di terra
 il tuo sguardo. Un giorno
hai stillato di mare.
Ci sono state piante
al tuo fianco, calde,
sanno ancora di te.
L'agave e l'oleandro.
Tutto chiudi negli occhi.
Di salmastro e di terra
hai le vene, il fiato.
Bava di vento caldo,
ombre di solleone
tutto chiudi in te.
Sei la voce roca
della campagna, il grido
della quaglia nascosta,
il tepore del sasso.
La campagna  fatica,
la campagna  dolore.
Con la notte il gesto
del contadino tace.
Sei la grande fatica
e la notte che sazia.
Come la roccia e l'erba,
come terra, sei chiusa;
ti sbatti come il mare.
La parola non c'
che ti pu possedere
o fermare. Cogli
come la terra gli urti,
e ne fai vita, fiato
che carezza, silenzio.
Sei riarsa come il mare,
come un frutto di scoglio,
e non dici parole
e nessuno ti parla.
...
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...
Sempre vieni dal mare.
...
.
...
Sempre vieni dal mare
e ne hai la voce roca,
sempre hai occhi segreti
d'acqua viva tra i rovi,
e fronte bassa, come
cielo basso di nubi.
Ogni volta rivivi
come una cosa antica
e selvaggia, che il cuore
gi sapeva e si serra.
Ogni volta  uno strappo,
ogni volta  la morte.
Noi sempre combattemmo.
Chi si risolve all'urto
ha gustato la morte
e la porta nel sangue.
Come buoni nemici
che non s'odiano pi
noi abbiamo una stessa
voce, una stessa pena
e viviamo affrontati
sotto povero cielo.
Tra noi non insidie,
non inutili cose
combatteremo sempre.
Combatteremo ancora,
combatteremo sempre,
perch cerchiamo il sonno
della morte affiancati,
e abbiamo voce roca
fronte bassa e selvaggia
e un identico cielo.
Fummo fatti per questo.
Se tu od io cede all'urto,
segue una notte lunga
che non  pace o tregua
e non  morte vera.
Tu non sei pi. Le braccia
si dibattono invano.
Fin che ci trema il cuore.
Hanno detto un tuo nome.
Ricomincia la morte.
Cosa ignota e selvaggia
sei rinata dal mare.
...
.
...
E allora noi vili.
...
.
...
E allora noi vili
che amavamo la sera
bisbigliante, le case,
i sentieri sul fiume,
le luci rosse e sporche
di quei luoghi, il dolore
addolcito e taciuto
noi strappammo le mani
dalla viva catena
e tacemmo, ma il cuore
ci sussult di sangue,
e non fu pi dolcezza,
non fu pi abbandonarsi
al sentiero sul fiume
non pi servi, sapemmo
di essere soli e vivi.
...
.
...
Sei la terra e la morte.
...
.
...
Sei la terra e la morte.
La tua stagione  il buio
e il silenzio. Non vive
cosa che pi di te
sia remota dall'alba.
Quando sembri destarti
sei soltanto dolore,
l'hai negli occhi e nel sangue
ma tu non senti. Vivi
come vive una pietra,
come la terra dura.
E ti vestono sogni
movimenti singulti
che tu ignori. Il dolore
come l'acqua di un lago
trepida e ti circonda.
Sono cerchi sull'acqua.
Tu li lasci svanire.
Sei la terra e la morte.
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Due poesie del 1946.
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Le piante del lago.
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Le piante del lago
ti hanno vista un mattino.
I sassi le capre il sudore
sono fuori dei giorni,
come l'acqua del lago.
Il dolore e il tumulto dei giorni
non scalfiscono il lago.
Passeranno i mattini,
passeranno le angosce,
altri sassi e sudore
ti morderanno il sangue
non sar cos sempre.
Ritroverai qualcosa.
Ritorner un mattino
che, di l dal tumulto,
sarai sola sul lago.
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Anche tu sei l'amore.
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Anche tu sei l'amore.
Sei di sangue e di terra
come gli altri. Cammini
come chi non si stacca
dalla porta di casa.
Guardi come chi attende
e non vede. Sei terra
che dolora e che tace.
Hai sussulti e stanchezze,
hai parole cammini
in attesa. L'amore
 il tuo sangue non altro.
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Verr la morte e avr i tuoi occhi.
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To C. from C.
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You,
dappled smile
on frozen snows
wind of March,
ballet of boughs
sprung on the snow,
moaning and glowing
your little "ohs"
white-limbed doe,
gracious,would I could know
yet
the gliding grace
of all your days,
the foam-like lace
of all your ways
tomorrow is frozen
down on the plain
you, dappled smile,
you, glowing laughter.
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In the morning you always come back.
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Lo spiraglio dell'alba
respira con la tua bocca
in fondo alle vie vuote.
Luce grigia i tuoi occhi,
dolci gocce dell'alba
sulle colline scure.
Il tuo passo e il tuo fiato
come il vento dell'alba
sommergono le case.
La citt abbrividisce,
odorano le pietre
sei la vita, il risveglio.
Stella sperduta
nella luce dell'alba,
cigolo della brezza,
tepore, respiro
 finita la notte.
Sei la luce e il mattino.
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Hai un sangue, un respiro.
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Hai un sangue, un respiro.
Sei fatta di carne
di capelli di sguardi
anche tu. Terra e piante,
cielo di marzo, luce,
vibrano e ti somigliano
il tuo riso e il tuo passo
come acque che sussultano
la tua ruga fra gli occhi
come nubi raccolte
il tuo tenero corpo
una zolla nel sole.
Hai un sangue, un respiro.
Vivi su questa terra.
Ne conosci i sapori
le stagioni i risvegli,
hai giocato nel sole,
hai parlato con noi.
Acqua chiara, virgulto
primaverile, terra,
germogliante silenzio,
tu hai giocato bambina
sotto un cielo diverso,
ne hai negli occhi il silenzio,
una nube, che sgorga
come polla dal fondo.
Ora ridi e sussulti
sopra questo silenzio.
Dolce frutto che vivi
sotto il cielo chiaro,
che respiri e vivi
questa nostra stagione,
nel tuo chiuso silenzio
 la tua forza. Come
erba viva nell'aria
rabbrividisci e ridi,
ma tu, tu sei terra.
Sei radice feroce.
Sei la terra che aspetta.
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Verr la morte e avr i tuoi occhi.
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Verr la morte e avr i tuoi occhi
questa morte che ci accompagna
dal mattino alla sera, insonne,
sorda, come un vecchio rimorso
o un vizio assurdo. I tuoi occhi
saranno una vana parola,
un grido taciuto, un silenzio.
Cos li vedi ogni mattina
quando su te sola ti pieghi
nello specchio. O cara speranza,
quel giorno sapremo anche noi
che sei la vita e sei il nulla.
Per tutti la morte ha uno sguardo.
Verr la morte e avr i tuoi occhi.
Sar come smettere un vizio,
come vedere nello specchio
riemergere un viso morto,
come ascoltare un labbro chiuso.
Scenderemo nel gorgo muti.
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You, wind of March.
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Sei la vita e la morte.
Sei venuta di marzo
sulla terra nuda
il tuo brivido dura.
Sangue di primavera
anemone o nube
il tuo passo leggero
ha violato la terra.
Ricomincia il dolore.
Il tuo passo leggero
ha riaperto il dolore.
Era fredda la terra
sotto povero cielo,
era immobile e chiusa
in un torpido sogno,
come chi pi non soffre.
Anche il gelo era dolce
dentro il cuore profondo.
Tra la vita e la morte
la speranza taceva.
Ora ha una voce e un sangue
ogni cosa che vive.
Ora la terra e il cielo
sono un brivido forte,
la speranza li torce,
li sconvolge il mattino,
li sommerge il tuo passo,
il tuo fiato d'aurora.
Sangue di primavera,
tutta la terra trema
di un antico tremore.
Hai riaperto il dolore.
Sei la vita e la morte.
Sopra la terra nuda
sei passata leggera
come rondine o nube,
e il torrente del cuore
si  ridestato e irrompe
e si specchia nel cielo
e rispecchia le cose
e le cose, nel cielo e nel cuore
soffrono e si contorcono
nell'attesa di te.
 il mattino,  l'aurora,
sangue di primavera,
tu hai violato la terra.
La speranza si torce,
e ti attende ti chiama.
Sei la vita e la morte.
Il tuo passo  leggero.
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Passer per Piazza di Spagna.
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Sar un cielo chiaro.
S'apriranno le strade
sul colle di pini e di pietra.
Il tumulto delle strade
non muter quell'aria ferma.
I fiori spruzzati
di colori alle fontane
occhieggeranno come donne
divertite. Le scale
le terrazze le rondini
canteranno nel sole.
S'aprir quella strada,
le pietre canteranno,
il cuore batter sussultando
come l'acqua nelle fontane
sar questa la voce
che salir le tue scale.
Le finestre sapranno
l'odore della pietra e dell'aria
mattutina. S'aprir una porta.
Il tumulto delle strade
sar il tumulto del cuore
nella luce smarrita.
Sarai tu ferma e chiara.
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I mattini passano chiari.
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I mattini passano chiari
e deserti. Cos i tuoi occhi
s'aprivano un tempo. Il mattino
trascorreva lento, era un gorgo
d'immobile luce. Taceva.
Tu viva tacevi; le cose
vivevano sotto i tuoi occhi
(non pena non febbre non ombra)
come un mare al mattino, chiaro.
Dove sei tu, luce,  il mattino.
Tu eri la vita e le cose.
In te desti respiravamo
sotto il cielo che ancora  in noi.
Non pena non febbre allora,
non quest'ombra greve del giorno
affollato e diverso. O luce,
chiarezza lontana, respiro
affannoso, rivolgi gli occhi
immobili e chiari su noi.
 buio il mattino che passa
senza la luce dei tuoi occhi.
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The night you slept.
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Anche la notte ti somiglia,
la notte remota che piange
muta, dentro il cuore profondo,
e le stelle passano stanche.
Una guancia tocca una guancia
 un brivido freddo, qualcuno
si dibatte e t'implora, solo,
sperduto in te, nella tua febbre.
La notte soffre e anela l'alba,
povero cuore che sussulti.
O viso chiuso, buia angoscia,
febbre che rattristi le stelle,
c' chi come te attende l'alba
scrutando il tuo viso in silenzio.
Sei distesa sotto la notte
come un chiuso orizzonte morto.
Povero cuore che sussulti,
un giorno lontano eri l'alba.
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The cats will know.
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Ancora cadr la pioggia
sui tuoi dolci selciati,
una pioggia leggera
come un alito o un passo.
Ancora la brezza e l'alba
fioriranno leggere
come sotto il tuo passo,
quando tu rientrerai.
Tra fiori e davanzali
i gatti lo sapranno.
Ci saranno altri giorni,
ci saranno altre voci.
Sorriderai da sola.
I gatti lo sapranno.
Udrai parole antiche,
parole stanche e vane
come i costumi smessi
delle feste di ieri.
Farai gesti anche tu.
Risponderai parole
viso di primavera,
farai gesti anche tu.
I gatti lo sapranno,
viso di primavera;
e la pioggia leggera,
l'alba color giacinto,
che dilaniano il cuore
di chi pi non ti spera,
sono il triste sorriso
che sorridi da sola.
Ci saranno altri giorni,
altre voci e risvegli.
Soffriremo nell'alba,
viso di primavera.
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Last blues, to be read some day.
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'T was only a flirt
you sure did know
someone was hurt
long time ago.
All is the same
time has gone by
someday you came
someday you'll die.
Someone has died
long time ago
someone who tried
but didn't know.
...
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FINE.